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I castelli nella provincia d'Agrigento

FLEXI_WRITTEN_BY | Giovedì 23 Ottobre 2014 09:22

castello-naro-agrigento

In origine erano fortezze inespugnabili costruite per difendere la città, oggi il loro fascino espugna i cuori dei turisti. Un'emozione che in Sicilia ci conquista con la spettacolarità dei castelli medievali, dalle alte torri ai saloni di antichi banchetti.

Nella terra siciliana, vero e proprio fulcro storico del mediterraneo nonchè terra di conquista di diversi popoli, si contano più di 200 castelli.

Solamente nella provincia di Agrigento troviamo ben 38 castelli, ecco alcuni di questi.

Il Castello di Racalmuto fu costruito durante la dominazione normanna ed esattamente nel periodo della baronia di Roberto Malcovenant, un francese al seguito di Re Ruggero d'Altavilla. Successivamente Federico d'Aragona trasferì la proprietà del castello e del feudo circostante a Federico II Chiaramonte. Proprio alla famiglia Chiaramonte si deve l’ampliamento della fortezza iniziale che assunse un aspetto maestoso.
L’antico borgo di Racalmuto, di origine saracena, venne abbandonato nel 1300 a seguito di una pestilenza e l’attuale Racalmuto si sviluppò attorno al castello. Questo è un chiaro esempio dell’architettura militare del periodo svevo, con la sua pianta trapezoidale, le torri a base circolare, la disposizione del portale e degli ingressi secondari, le finestre disposte in facciata senza simmetria e le imponenti mura spesse circa due metri. La torre sinistra ha conservato il suo aspetto originale mentre quella destra è stata restaurata e destinata a belvedere. All’inizio del Novecento il castello è stato dichiarato monumento nazionale.

Altro castello da ricordare, è Il castello di Naro, edificato nel Trecento dai Chiaramonte e per questo noto anche con il nome di “Castello Chiaramontano”, si erge sulla sommità di un colle denominato anticamente “monte Agragante”.
Il complesso comprende le mura di cinta con cammino di ronda, la torre quadrata voluta da Federico II d'Aragona e l'imponente mole massiccia del maschio.
Sul lato ovest della torre è stato murato uno scudo aragonese mentre sul lato est si possono ammirare due bifore tipicamente gotiche che illuminano la grande “Sala del Principe”, situata al primo piano della torre.
Il portale d’ingresso a sesto acuto è fiancheggiato da due bastioni rettangolari.
Le imponenti mura esterne sono intervallate da due torri cilindriche e da due torri quadrangolari.
All’interno della cinta muraria vi è una vasta corte interna con un pozzo al centro, sotto la quale è scavata una grande cisterna che veniva talvolta usata come prigione. Il cortile ospitava gli alloggi della guarnigione, la cappella e le scuderie e inoltre, in caso di attaccho, offriva rifugio ai contadini della zona.
Tra gli ambienti interni, coperti da volte a botte, risulta notevole il salone, cui si accede da una porta trecentesca, collegato alla terrazza merlata tramite una scala inserita negli spessori murari.
Il castello, dichiarato monumento nazionale nel 1912, é stato oggetto d'interventi di restauro con il duplice scopo di conservare l'edificio e di inserirlo nella realtà locale.
A tal fine due livelli dell'ala sud-est e della Torre Aragonese sono stati adibiti a museo mentre l’area sud-ovest è stata destinata ad ospitare un laboratorio di restauro.

Troviamo un castello anche a Favara, costruito dai Chiaramonte nel XIII secolo, testimonia il passaggio dalla tipologia del castello a quella del palazzo. Il Palazzo, com'è comunemente chiamato, evoca la tipologia dei castelli svevi edificati nella Sicilia orientale e si può anche accostare ai "palacia" o "solacia" costruiti dal re Federico II di Svevia in Sicilia e in Puglia mezzo secolo prima.
Il suo uso non strettamente militare ma principalmente residenziale è dovuto anche alla posizione poco elevata del maniero che si presenta con un primo ordine di facciata compatto ed un secondo traforato da bifore, talune sostituite, in età rinascimentale da finestre architravate. I locali al piano terra che ospitavano magazzini, scuderie e abitazioni della servitù, sono coperti da volte a botte e si affacciano tutti sulla corte interna tramite porte archiacute mentre le pareti esterne sono bucate da strettissime feritoie. Nell'androne d'ingresso una lapide reca ancora una misteriosa incisione che la credenza popolare vuole si riferisca ad un tesoro nascosto.

Degni di nota sono la cappella e il portale, affiancato su ciascun lato da due colonnine e da un fregio marmoreo rifinito a bassorilievo con amorini alati.I motivi delle decorazioni riecheggiano chiaramente l'età normanna: in particolare i fusti e i capitelli rievocano quelli del chiostro del Duomo di Monreale. Curiosa la leggenda che narra di un passaggio che collegava il Castello al monte Caltafaraci al cui interno viveva la gallina dalle uova d’oro.
In effetti sotto la corte del Castello è presente un misterioso cunicolo.

 

Troviamo anche a Licata il Castel Sant'Angelo.

Questo sorge sull’estrema propaggine orientale della montagna di Licata, a 130 metri sopra il livello del mare e domina il porto a meridione, la città e la pianta e settentrione. Tutt’intorno si conservano numerosissime testimonianze archeologiche (necropoli, santuari, silos, strade, tombe monumentali, ambienti d’abitazione, cisterne, etc.). La costruzione venne iniziata da Hernando Petigno, comandante generale della cavalleria del Regno di Sicilia e Governatore della Piazza militare di Siracusa, nel 1615 a fianco di una preesistente torre di avvistamento a base quadrangolare realizzata tra il 1583 ed il 1585 su progetto dell’ingegnere Camillo Camillani. I lavori vennero interrotti fino al 636, anno in cui vennero ripresi. La direzione del lavori e la cura per l’armamento fu affidata a Serpione cottone, Marchese d’altamura. Fu completato ed inaugurato nel 640 e costituisce un raro esempio di fortezze barocche sorte in Sicilia nel XVII. Secolo. L’impianto planimetrico ha forma approssimativamente triangolare, i volumi pieni della preesistente torre di avvistamento e dei locali più bassi si snodano attorno ad una corte triangolare con cisterna ipogea centrale. Il complesso architettonico mostra rigide e continue forme sottolineate all’esterno dalla robusta compattezza dei muri a scarpa e dalle merlature continue; all’interno gli ambienti, diversi per altezza, riescono ad articolare uno spazio più vario, seppure attorno ad un nucleo centrale planimetricamente rigido. Le mura molto spesse e cordonate all’esterno, all’altezza dei merli, si uniscono al possente torrione quadrato per metà interamente riempito. Ad est, ovest e nord stavano, a cavallo degli spigoli delle cantoniere, su robusti mensoloni, alcune torrette di guardia. Gli alloggiamenti dei soldati, le stalle ed i magazzini furono costruiti lungo tutto il perimetro murario interno. L’accesso era consentito solamente da mezzogiorno, attraverso un ponte levatoio che si gettava su un fossato, che isolava dalla campagna soltanto la grande torre. Di fronte all’ingresso, in fondo al cortile, ad ovest, sotto una grande arcata, stava la cappella del castello, ora non più esistente. Restano appena i segni delle cornici, che probabilmente includevano qualche affresco o dipinto. Il castello non subì mai attacchi di nessun genere, smilitarizzato, fu adibito a telegrafo ad asta, per servizio di Stato, dal 1849 al 1856. Ai primi del’900 vi fu impiantato un “semaforo” con un presidio dell’Aeronautica Militare, che continuò a funzionare fino al 1965, anno in cui il Castello fu definitivamente abbandonato. Il suo collocarsi al centro di una zona archeologica di eccezione interesse, al centro cioè della città ellenistica che si estende sulla sommità del Monte Sant'Angelo, ne fa il naturale punto di riferimento per i visitatori dell’area archeologica circostante.

Ultimo ma non per importanza a Palma di Montechiaro il Castello Chiaramontano

Tra i diversi bei castelli chiaramontani in Sicilia, quello di Palma di Montechiaro è il solo edificato su su un costone roccioso a picco sul mare.

Realizzato nel 1353 fu, per la sua posizione strategica, di grande importanza nella storia della lotta contro i pirati.
Dopo la morte di Andrea Chiaramonte e la confisca di tutti i suoi beni, il castello passò alla famiglia Moncada che ne cambiò il nome in Montechiaro con il chiaro intento di cancellare la memoria dei precedenti signori.
Dopo vari passaggi il castello perviene nel XVII secolo, per linea femminile, alla famiglia Tomasi un componente della quale, Carlo Tomasi Caro, ricevette dal re Filippo IV il titolo di duca di Palma.
Questi, abbracciata la vita monastica, cedette tutti i suoi beni al fratello Giulio che fu II duca di Palma e I principe di Lampedusa.
Abbandonato al degrado per parecchio tempo, solo da poco ha subito lavori di restauro.

E' da ricordare che all'interno della cappella è custodita una statua della Madonna che il Caputo attribuisce ad Antonello Gagini.

Assai interessante è la leggenda in cui si narra che la statua, sottratta dai vicini abitanti di Agrigento, fu riportata dai palmesi nel castello dopo una lunga e furibonda lotta. Ad avvalorare tale fatto è il nome dato ad un corso d'acqua che da allora fu indicato come il " vallone della battaglia ".

 

Tanti altri i castelli nella provincia di Agrigento, talmente pieni di storia di Sicilia che possono essere considerati come scrigni preziosi, musei d'arte e di grande richiamo culturale.

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                

 

 

   
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